Percorrono a piedi centinaia di miglia in un terreno che non fornisce alcun elemento di sopravvivenza. Devono evitare sia i ribelli islamici di al-Shabaab che le truppe governative che non esitano a stuprarle. E dopo miglia e miglia di viaggio nella terra più infida del mondo arrivano nei campi profughi del Kenya dove in teoria dovrebbero essere al sicuro. In teoria però.

E’ la dura e cruda realtà del campo profughi di Dadaab della quale tutti sanno tutto ma nessuno parla, nessuno prova a scoperchiare questa incredibile realtà che, se possibile, è addirittura peggiore di quella che queste donne si sono lasciate alle spalle.
A cercare di rompere il muro di omertà che circonda questo vero e proprio girone dantesco è stata una donna che lavora per le Nazioni Unite, Margot Wallström, che però si è ritrovata isolata a combattere da sola e a lanciare appelli al vento, inascoltata sia dalle autorità locali che dai vertici delle Nazioni Unite che al momento non hanno fatto niente per interrompere questo vero e proprio business basato sugli esseri umani in fuga da guerra e carestia, una situazione che rende l’arrivo nei campi profughi l’inizio di un nuovo inferno e non la porta del Paradiso.
Le Nazioni Unite hanno il dovere di intervenire immediatamente per garantire uno status di sicurezza alle donne somale e a tutte le donne che arrivano da diverse parti nel campo profughi di Dadaab e negli altri campi allestiti in Kenya. Non è accettabile che si rimanga immobili e che addirittura si cerchi con tutti i mezzi di nascondere questa crudele realtà. L’Onu ha il dovere di intervenire subito e senza ulteriori esitazioni.
Secondo Protocollo