La situazione a Mogadiscio questa mattina è relativamente calma dopo i massacri dei giorni scorsi provocati da un attacco delle milizie islamiche di al Sahaabab, legate ad Al Qaeda, ad un albergo frequentato da uomini di governo (l’Hotel Muna) e un successivo tentativo di sfondare la linea di difesa attorno al palazzo presidenziale.

E si perché consegnare la Somalia alle milizie di al Sahaabab significa aprire le porte dell’Africa al terrorismo internazionale. Un esempio lo abbiamo avuto con gli attentati in Uganda dello scorso 11 luglio. Una via d’accesso al continente africano come la Somalia, Al Qaeda se la sogna da una vita. Passare dalla Somalia al resto del continente, in particolare alla parte nord e fino ai confini europei, sarà uno scherzo per i terroristi.
Ma parlare di responsabilità dell’Onu senza menzionare quelle americane sarebbe del tutto riduttivo. Gli Stati Uniti stanno assistendo impassibili alla tragedia somala pur avendo nell’Oceano Indiano una delle più formidabili flotte da guerra. E’ impensabile che gli USA non diano fattivamente il loro appoggio al Governo somalo. Invece è proprio così. Fino ad oggi l’appoggio del Presidente Obama al Governo somalo si è limitato a poche e rare frasi di “solidarietà”. Eppure i rapporti proveniente da AFRICOM (il comando militare USA in Africa) sono chiari e dettagliati: perdere la Somalia significa garantire una formidabile porta d’accesso al terrorismo internazionale. Ma nonostante questo il Presidente Obama ha ordinato alle forze USA di non intervenire.
L’Unione Africana dal canto suo non può fare più di tanto. In questi giorni (dal 26 al 28 agosto) è riunito al Cairo (Egitto) il Center for Training on Conflict Resolution and Peacekeeping in Africa (CCCPA) dove viene affrontata, tra le altre crisi, anche quella somala. Fonti non confermate parlano di una riunione di emergenza del Consiglio per la pace e per la sicurezza fissata per domani (29 agosto) ad Addis Abeba. A chiedere una riunione d’emergenza sarebbe stata l’Uganda, preoccupata per la sorte dei suoi militari. Ieri (27 agosto), secondo alcune fonti a Kampala, lo Stato Maggiore dell’esercito ugandese si è riunito per decidere se inviare o meno in Somalia alcuni elicotteri d’attacco Apache e autoblindo Mamba, ma per farlo ha bisogno del placet dell’Unione Africana.
Insomma, a parte gli Stati africani, la questione somala non sembra interessare a nessun altro. Certo, a parole sono tutti preoccupati, allarmati, solidali con il Governo somalo e con le migliaia di rifugiati, ma nella sostanza nessuno fa niente. Si sta semplicemente a guardare. La cosa potrebbe anche essere giusta se però si fornissero all’Unione Africana i mezzi necessari per affrontare da sola la questione. Ma anche in questo caso l’Onu fa orecchi da mercante e non ne vuol sapere di supportare economicamente un allargamento della missione Amisom. A dire il vero fino ad ora i soldi per quella missione li hanno tirati fuori gli Stati africani e non l’Onu come avrebbe dovuto e come aveva promesso quando la Amisom si è costituita.
Evidentemente l’Afghanistan non ha insegnato niente né alle Nazioni Unite né agli Stati Uniti. Eppure proprio l’Afghanistan è l’esempio vivente di come può essere pericoloso consegnare un Paese nelle mani dei fondamentalisti islamici legati ad Al Qaeda. Speriamo che per la Somalia si faccia qualcosa prima che sia troppo tardi ma, onestamente, abbiamo veramente poche speranze.
Marta Baldelli